Nel turbolento scacchiere mediorientale, dove le narrazioni si scontrano con la stessa ferocia delle armi, emerge periodicamente un'analisi capace di scardinare le certezze del discorso politico convenzionale. È il caso del recente lavoro del professor Michel Chossudovsky, intitolato "The Greater Israel Project is a Fraud" (Il progetto della Grande Israele è una frode), pubblicato sulla piattaforma Global Research e realizzato in collaborazione con l'analista Drago Bosnic^1. L'articolo, disponibile anche in formato video, non si limita a criticare le politiche israeliane, ma attacca frontalmente la legittimità stessa del concetto geopolitico di "Grande Israele", definendolo una costruzione artificiosa e ingannevole.
Il Cuore dell'Analisi: Una Costruzione Geopolitica Artificiosa Secondo Chossudovsky, il progetto della "Grande Israele" non è un'iniziativa storica o un diritto legittimo, ma una "frode" pianificata strategicamente nel XXI secolo per giustificare conquiste militari e insediamenti permanenti in tutto il Medio Oriente. L'autore argomenta che questa narrazione venga utilizzata come copertura per un'agenda molto più ampia, che trascende i confini regionali. Il punto cruciale della tesi risiede nell'identificazione di Israele non come un attore statale indipendente che persegue i propri interessi nazionali, ma come un de facto membro della NATO e uno stato proxy degli Stati Uniti d'America^2.















Nel
1973, l'economia mondiale fu quasi paralizzata da una presunta carenza
di petrolio. La causa apparente di questa presunta penuria fu la
cosiddetta Guerra dello Yom Kippur, in cui le forze armate dell'impero
anglo-americano, potenza coloniale offshore in Palestina nota anche come
Stato di Israele, respinsero le forze di Egitto e Siria, che avevano
tentato di rioccupare i territori sottratti loro da Israele nella Guerra
dei Sei Giorni del 1967. Una delle risposte al sostegno dell'impero
anglo-americano al suo stato cliente contro gli stati che Israele voleva
conquistare fu l'embargo petrolifero proclamato dall'OPEC, con il
maggiore produttore, il protettorato anglo-americano autocratico
dell'Arabia Saudita, in testa.








